"Più mondo vedi, più persone immagini di poter essere"
Michela Murgia
mercoledì 25 dicembre 2019
Buon Natale
“Una graziosa leggenda narra che, alla nascita di Gesù, i pastori accorrevano alla grotta con vari doni. Ciascuno portava quel che aveva, chi i frutti del proprio lavoro, chi qualcosa di prezioso. Ma, mentre tutti si prodigavano con generosità, c’era un pastore che non aveva nulla. Era poverissimo, non aveva niente da offrire. Mentre tutti gareggiavano nel presentare i loro doni, se ne stava in disparte, con vergogna. A un certo punto San Giuseppe e la Madonna si trovarono in difficoltà a ricevere tutti i doni, soprattutto Maria, che doveva reggere il Bambino. Allora, vedendo quel pastore con le mani vuote, gli chiese di avvicinarsi. E gli mise tra le mani Gesù. Quel pastore, accogliendolo, si rese conto di aver ricevuto quanto non meritava, di avere tra le mani il dono più grande della storia Guardò le sue mani, quelle mani che gli parevano sempre vuote: erano diventate la culla di Dio. Si sentì amato e, superando la vergogna, cominciò a mostrare agli altri Gesù, perché non poteva tenere per sé il dono dei doni” (raccontata da Papa Francesco, nella Basilica Vaticana, durante l’omelia della Notte di Natale 2019).
venerdì 13 dicembre 2019
sabato 2 novembre 2019
75190 non è e non sarà mai solo un numero
Mi è sempre piaciuto conoscere l'etimologia delle parole e in questi giorni mi sono soffermata su due parole: disprezzo ed esperienza.
La prima, particolarmente in voga ultimamente, deriva, ovviamente, dal latino "dispretiare", dove pretium significa "prezzo" e il prefisso "dis-" codifica l'allontanamento, il distacco, la rimozione. Quindi il disprezzo è l'assenza di prezzo, di valore. Interessante, ma la seconda parola lo è ancora di più. Esperienza deriva sempre dal latino "experientia", "experiri" che significa sperimentare. Se volessimo essere ancora più precisi, si compone della preposizione "ex" che indica "fuori di, da" e "periri" "andare". Quindi l'esperienza ci porta ad andare fuori dalla nostra, come si usa dire, comfort zone per sperimentare qualcosa che non conosciamo. Se volessimo andare un po' oltre la parola "periri" evoca la parola "perire". Infatti questa fuoriuscita da sé per andare incontro ad altro si porta dietro un lasciare qualcosa, l'abbandono di sicurezze per incontrare qualcosa che è incognita e di cui, solo successivamente, facciamo esperienza.
Mi si è aperto un mondo. Sicuramente ultimamente utilizziamo molto più la prima che la seconda. Disprezzare è qualcosa che non costa fatica, non ha un prezzo. Non prevede un dinamismo cognitivo. Basta prendere posizione contro qualcosa o qualcuno senza però comprendendolo, non facendone esperienza per cercare di capirlo. È un agire sociale a costo zero a cui si aderisce, il più delle volte, senza averne contezza. Pensando al mio quotidiano potrei fare mille esempi che mi coinvolgono anche in prima persona. Ma se volessimo fare i generici pensiamo solo alla mozione parlamentare della Senatrice a vita Liliana Segre.
L'esperienza, invece, non ha un costo zero. Anzi. Richiede coinvolgimento, studio, spostamenti, dialogo, ascolto, andando anche contro alle proprie convinzioni per, magari, cambiarle o modificarle. Quanto dispendio di energie.Sicuramente un'azione che non può essere fatta con un post o un like lanciato dal proprio divano di casa. Perché l'esperienza prevede un dinamismo cognitivo che solo la rete non può dare; perché la rete è tutto, ma non è esperienza come l'abbiamo descritta.
Solo l'esperienza quindi ti permette di disprezzare con cognizione di causa e soprattutto avendone contezza. Il disprezzo senza esperienza ha una presa emozionale e un'adesione immediata, ma non dura. Infatti l'esperienza non ti porta al disprezzo tout court, ma a sperimentare politiche, organizzazioni, condivisioni, per far sì che emerga il valore delle tesi che tu sostieni.
Per ritornare alla questione della mozione parlamentare della Senatrice Segre, chi più di lei può darci testimonianza e ci possa raccontare cosa significhi fare esperienza del razzismo e dell'antisemitismo?
Nessuno. Chi sostiene il contrario, con diverse forme di comunicazione, avvalorando il proprio disprezzo, vuol dire che non ha fatto esperienza del significato di essere perseguitati a causa della propria razza; o meglio, ha preso posizione senza essersi messo in gioco in prima persona, senza pensare che la stessa cosa potrebbe capitare a tutti, nessuno escluso.
Mi si è aperto un mondo. Sicuramente ultimamente utilizziamo molto più la prima che la seconda. Disprezzare è qualcosa che non costa fatica, non ha un prezzo. Non prevede un dinamismo cognitivo. Basta prendere posizione contro qualcosa o qualcuno senza però comprendendolo, non facendone esperienza per cercare di capirlo. È un agire sociale a costo zero a cui si aderisce, il più delle volte, senza averne contezza. Pensando al mio quotidiano potrei fare mille esempi che mi coinvolgono anche in prima persona. Ma se volessimo fare i generici pensiamo solo alla mozione parlamentare della Senatrice a vita Liliana Segre.
L'esperienza, invece, non ha un costo zero. Anzi. Richiede coinvolgimento, studio, spostamenti, dialogo, ascolto, andando anche contro alle proprie convinzioni per, magari, cambiarle o modificarle. Quanto dispendio di energie.Sicuramente un'azione che non può essere fatta con un post o un like lanciato dal proprio divano di casa. Perché l'esperienza prevede un dinamismo cognitivo che solo la rete non può dare; perché la rete è tutto, ma non è esperienza come l'abbiamo descritta.
Solo l'esperienza quindi ti permette di disprezzare con cognizione di causa e soprattutto avendone contezza. Il disprezzo senza esperienza ha una presa emozionale e un'adesione immediata, ma non dura. Infatti l'esperienza non ti porta al disprezzo tout court, ma a sperimentare politiche, organizzazioni, condivisioni, per far sì che emerga il valore delle tesi che tu sostieni.
Per ritornare alla questione della mozione parlamentare della Senatrice Segre, chi più di lei può darci testimonianza e ci possa raccontare cosa significhi fare esperienza del razzismo e dell'antisemitismo?
Nessuno. Chi sostiene il contrario, con diverse forme di comunicazione, avvalorando il proprio disprezzo, vuol dire che non ha fatto esperienza del significato di essere perseguitati a causa della propria razza; o meglio, ha preso posizione senza essersi messo in gioco in prima persona, senza pensare che la stessa cosa potrebbe capitare a tutti, nessuno escluso.
giovedì 10 ottobre 2019
Reportage in Yemen di Francesca Mannocchi
"La normalità della guerra e l'automatismo della reazione: racconto un razzo che colpisce casa mia e poi ti dico che voglio diventare il pilota del prossimo aereo che lancerà i medesimi razzi".
Dal minuto 1:38:13 in poi le immagini sono piuttosto dure.
"Le nostre bombe prodotte nel nostro paese hanno combattuto quella guerra lì, una guerra, e lo dicono le Nazioni Unite nemmeno un mese fa, ha macchiato di crimini di guerra le due parti in causa contro i civili; è una guerra contro i civili, più che una guerra contro due nemici".
"Ti dò un attimo questa immagine, secondo me molto caratteristica della guerra. Non vi dovete immaginare la scena hollywoodiana di un paese completamente distrutto. C'erano due strutture che erano distrutte: l'ospedale e la scuola [...] Se un ospedale è distrutto, e ve lo potete immaginare, non si potrà ricevere alcuna cura, se una scuola è distrutta non ci sarà più alcun futuro. E quando mi sono trovato un bambino di 15 anni, dell'età di mio figlia, dirmi io sai Roby vorrei fare il medico come te, ma dovrò andare al fronte. [...] Vedeva la sua unica speranza nell'andare al fronte a combattere. Allora questi bambini che oggi non hanno più un'istruzione [...] sono quei bambini che dovrebbero poi ricostruire il paese nei prossimi anni".
lunedì 8 luglio 2019
Padre di tutti gli uomini per te nessuno è straniero
Anche se scrivere è ossigeno per i miei pensieri, alcune volte vivo la sensazione di non riuscire ad esprimere con le parole le innumerevoli emozioni che stanziano nei miei pensieri. Come in questo momento: le parole mi sembrano sempre inadeguate, scontate, inadatte, vuote. Per la seconda volta ho avuto la possibilità (quelle occasioni che non scegli, ma che capitano) di vivere cantando una Messa in San Pietro. Anche questa volta i protagonisti sono stati i migranti, ma in una dimensione più intima (la Messa è stata celebrata all’Altare della Cattedra), raccolta, quasi familiare se non fosse per il luogo e la presenza del Santo Padre.
Animare con il canto una celebrazione eucaristica è uno dei tanti servizi che si possono svolgere all’interno della Chiesa. Puoi svolgerlo in una chiesa in periferia o a San Pietro, la tua voce è sempre la stessa, il tuo essere è sempre lo stesso. Al centro c’è solo il servizio che fai per i fratelli e per la Chiesa. Punto. Tutto il resto è superfluo, contorno, cornice, ma non è essenza. L’essenza è l’impegno che ci metti per far sì che quel brano, quel pezzo possa essere veicolo, mezzo, strumento di quella carezza di grazia che arriva da Lui e da nessun altro e di cui, soprattutto oggi, il mondo ha tanto bisogno. Ne ha bisogno l’uomo, ne ha bisogno l’umanità tutta, nessuno escluso. Ne ha bisogno anche chi non ne sente il bisogno.
Stiamo vivendo un periodo storico in cui si stanno rompendo delle fibre elastiche che in precedenza resistevano agli strappi. Ora provocano smagliature che solo l’olio della speranza, dell’amore, della compassione e della fraternità può risanare. Non c’è bisogno di altri condimenti per rendere tutto più appetitoso, come fanno i mezzi di comunicazione per raccontare un avvenimento. Caso vuole che molte testate giornalistiche abbiamo riportato che il coro fosse vestito in nero in segno di lutto per i migranti. Quella è semplicemente la maglietta che indossiamo sempre quando cantiamo.
La bellezza e la verità non hanno bisogno di enfasi. Basta avere il coraggio di guardarle negli occhi per comprenderle. È la stessa cosa che ho percepito guardando negli occhi il Santo Padre, mentre la mia mano era stretta alla sua. Come diceva Andrea Camilleri "Le parole che dicono la verità hanno una vibrazione diversa da tutte le altre".
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Ubicazione:
Roma RM, Italia
venerdì 21 giugno 2019
Le sane priorità della vita da trasmettere alle nuove generazioni
1. Riposatevi e divertitevi.
2. Coltivate amicizie anche nuove.
3. Se potete viaggiare, fatelo.
4. Ascoltate musica, guardate film, leggete libri e parlatene con gli amici.
5. Tenete un diario.
6. Pulite un tratto di spiaggia, di prato o di bosco. Nei casi disperati cominciate pure da camera vostra.
7. Dimenticate spesso il cellulare da qualche parte. Nei casi disperati dimenticatelo una volta sola nel secchiello del ghiaccio, con molto ghiaccio.
Detti compiti non saranno valutati. Saranno loro a valutare voi.
venerdì 14 giugno 2019
L'attenzione: un accessorio da indossare
L'attenzione è qualcosa che dovremmo tenere sempre in borsa o in tasca.
L'attenzione verso un senza tetto alle 6:30 di mattina dopo la corsa 5:30.
Le ciliegie le posso lasciare sopra quella coperta che ripara dal freddo marmo sotto i portici di Via Roma. Tanto io andrò a casa e posso fare una sontuosa colazione.
Sicuramente è stato il pensiero di quella persona che ha fatto questo piccolo gesto di altruismo, che ha avuto questa preziosa attenzione.
L'attenzione verso un non vedente che, in metropolitana, non riesce a trovare l'accesso alle scale.
Posso prendere anche la metro successiva. "Signora, ha bisogno? L'aiuto a scendere?". Il pensiero e l'azione di una giovane sui 25 anni che accompagna una signora sulla cinquantina sino alla banchina e, non sazie di quell'incontro, proseguono la conversazione sul treno.
E anche le attenzioni che dono e ricevo.
Il giorno dopo, forse alzando la mia soglia di attenzione dopo aver visto l'azione della ragazza sui 25 anni, vedo in metropolitana una signora in carrozzina a cui non funziona il badge per aprire le porte dell'accesso riservato ai disabili. Mi accorgo della difficoltà. Le chiedo: "Ha bisogno?" La prima risposta che ho ricevuto è stato un sorriso. "Sì, grazie". Passo di nuovo il badge e le porte si aprono. Le restituisco il tesserino e ci auguriamo buona giornata. Riempie il cuore donarsi e di questo amore non si è mai sazi.
Stasera, avviandomi a casa, prima di entrare, mi sento chiamare "Erika"! Era il ragazzo dell'autolavaggio di fronte a casa mia che ogni mattina mi saluta. Mi avvicino, lui corre dentro il garage e ritorna con una busta dalla quale spunta una carta regalo. Mi aveva anticipato che aspettava dal Marocco un quadro che avrebbe voluto regalarmi per il mio compleanno. Con quegli occhi che dicono tutto e quel sorriso che solo le persone che assaporano ogni respiro di vita ti sanno trasmettere, mi consegna la busta, chiedendomi scusa perché il regalo è arrivato in ritardo. Riempiono sempre il cuore le attenzioni che ricevi e questo è un amore che è bello accogliere.
L'attenzione verso un senza tetto alle 6:30 di mattina dopo la corsa 5:30.
Le ciliegie le posso lasciare sopra quella coperta che ripara dal freddo marmo sotto i portici di Via Roma. Tanto io andrò a casa e posso fare una sontuosa colazione.
Sicuramente è stato il pensiero di quella persona che ha fatto questo piccolo gesto di altruismo, che ha avuto questa preziosa attenzione.
L'attenzione verso un non vedente che, in metropolitana, non riesce a trovare l'accesso alle scale.
Posso prendere anche la metro successiva. "Signora, ha bisogno? L'aiuto a scendere?". Il pensiero e l'azione di una giovane sui 25 anni che accompagna una signora sulla cinquantina sino alla banchina e, non sazie di quell'incontro, proseguono la conversazione sul treno.
E anche le attenzioni che dono e ricevo.
Il giorno dopo, forse alzando la mia soglia di attenzione dopo aver visto l'azione della ragazza sui 25 anni, vedo in metropolitana una signora in carrozzina a cui non funziona il badge per aprire le porte dell'accesso riservato ai disabili. Mi accorgo della difficoltà. Le chiedo: "Ha bisogno?" La prima risposta che ho ricevuto è stato un sorriso. "Sì, grazie". Passo di nuovo il badge e le porte si aprono. Le restituisco il tesserino e ci auguriamo buona giornata. Riempie il cuore donarsi e di questo amore non si è mai sazi.
Stasera, avviandomi a casa, prima di entrare, mi sento chiamare "Erika"! Era il ragazzo dell'autolavaggio di fronte a casa mia che ogni mattina mi saluta. Mi avvicino, lui corre dentro il garage e ritorna con una busta dalla quale spunta una carta regalo. Mi aveva anticipato che aspettava dal Marocco un quadro che avrebbe voluto regalarmi per il mio compleanno. Con quegli occhi che dicono tutto e quel sorriso che solo le persone che assaporano ogni respiro di vita ti sanno trasmettere, mi consegna la busta, chiedendomi scusa perché il regalo è arrivato in ritardo. Riempiono sempre il cuore le attenzioni che ricevi e questo è un amore che è bello accogliere.
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