sabato 12 gennaio 2019

Il bene non può che generare bene anche nel mare e nel male

Dzibi, Alfredo e Hashim. Tre nomi, tre nazionalità, tre storie, un minimo comune multiplo che li unisce: il mare. Dzibi proveniente dalla Guinea-Bissau, Alfredo albanese, Hashim afgano.

Uno dei ricordi che associo ad Alfredo è quando, diciottenne e alla fine degli anni novanta, ha recuperato, per una famiglia, una banana galleggiante, ormai alla deriva in balia del mare agitato, all'arco di San Leone, provincia di Agrigento, a due passi da Porto Empedocle, località che divenne famosa pochi anni dopo per gli sbarchi dei migranti. Pochi anni prima, però, sempre nel Mare nostrum (così tanto per ricordare la nostra storia), Alfredo aveva affrontato la sua attraversata della vita dalle coste albanesi, sino alla costa adriatica, per poi arrivare a Roma. Qui Alfredo ha avuto la possibilità di mettersi in gioco e, con forza di volontà ed entusiasmo, ha avviato un'impresa che oggi dà lavoro a una decina di persone. Sposato con una romana e con due figli è stimato da tutti per la sua professionalità, per il suo essere e per la sua generosità, non solo in Italia, ma anche all'estero. Non è una storia che ho letto sui giornali: Alfredo mi conosce da quando avevo dodici anni, ho assistito al battesimo del suo primogenito e non dimenticherò mai le sue parole durante una cena, rivolte soprattutto ai miei genitori e a mio zio: "Grazie perché è anche grazie a voi che sono l'Alfredo di oggi".

Ed eccoci a Dzibi. Dzibi ha degli occhi e un sorriso contagiosi eppure, quando sono venuta in contatto con la sua storia, le lacrime sono scese copiosamente sul mio viso. Dzibi, dopo il suo arrivo in Italia, è stato accolto da una famiglia che vive in Via Don Luigi Sgargetta a Cimetta, provincia di Treviso. La vita, alcune volte, ti parla: una via dedicata a un missionario che ha investito parte della sua vita per il bene dell'Africa, accoglie un ragazzo africano che scappa dalle atrocità della guerra. Dzibi si è integrato bene in Veneto. Ora vive da solo e ha un lavoro. I genitori di Dzibi sono stati uccisi nel periodo in cui sul territorio imperversava una guerra civile. Viste le condizioni socio politiche, ha lasciato il suo paese e ha intrapreso il viaggio della speranza vero l'Europa. Lui ammette di essere stato fortunato perché, oltre ad essere sopravvissuto, è stato anche accolto e avvolto dall'affetto di una nuova famiglia. Ma questo non è bastato per fargli trovare la pace. Sapeva perfettamente che, per trovare la vera pace, doveva ritornare nella sua terra e riprendere in mano la sua storia. Ritornato in Guinea-Bissau è riuscito a risalire agli assassini dei suoi genitori. Ha voluto guardarli negli occhi, immagino, così profondamente tanto da sentirsi dire: "Tu sei venuto qui per ucciderci, vero?" e Dzibi, con il suo sorriso e la sua semplicità ha risposto: "No, sono qui per capire". Solo così Dzibi ha trovato pace e ora può donare la sua storia e la sua testimonianza come esempio di perdono e riconciliazione.

Hashim il due gennaio di quest'anno suona il campanello del Sermig (Torino). Ha con sé una valigia nera e non parla italiano. All'accoglienza c'è il delirio: gruppi che arrivano, persone che passano a ritirare gli indumenti mensili che l'Arsenale mette loro a disposizione. Io mi trovo lì per caso: sto aspettando dei miei amici. Mi attirano subito i suoi occhi scuri: non ha bisogno di parlare per capire le atroci sofferenze che ha passato. Con il mio inglese stentato mi avvicino a lui e cerco di capire la sua storia. E' in Italia da più o meno 20 giorni e per tutto questo tempo ha dormito a Porta Susa. La Questura, però, gli ha detto che non poteva più stare lì e gli hanno consigliato di rivolgersi al Sermig. Non mangiava da due giorni e sperava in una sistemazione un po' meno precaria. Purtroppo il dormitorio maschile era pieno e le iscrizioni potevano essere fatte solo l'indomani alle 10. Mi ha fatto capire che l'emergenza più grande per lui in quel momento era mangiare. Con la collaborazione del Sermig l'ho accompagnato alla mensa del Cottolengo spiegandogli dove l'indomani avrebbe dovuto fare la coda per la prenotazione del dormitorio. Spero tanto che Hashim sia riuscito ad accedere al dormitorio e ora sia riscaldato non solo da una coperta e da un pasto caldo, ma da un'umanità che accoglie. Il suo grazie, quando ci siamo salutati, è stato un raggio di sole che ha colpito il mio cuore e la mia anima.

In questo periodo si sente spesso dire che siamo circondati da parole che alimentano e parlano alla nostra pancia. Spero vivamente che ci siano sempre più parole che alimentino, colpiscano e parlino al nostro cuore e alla nostra anima. Solo così possiamo sentirci umani, oltre che burocrati, legislatori, politici, volontari, madri, padri, figli, lavoratori, studenti e qualsiasi categoria sociale vi venga in mente. Sicuramente facendo vibrare determinate emozioni, che passano dall'anima e dal cuore, decisioni delicate e importanti che riguardano tutti verranno prese con una consapevolezza maggiore per il bene di tutti. Perché il bene non può che generare bene.

Bisogna raccontare le storie, quelle che viviamo ogni giorno o che veniamo in qualche modo in contatto. Ideali e valori (e in questo la storia, quella con la S maiuscola, è un'ottima insegnante) devono essere incarnati in una vita e le parole devono veicolare il racconto di questa vita. Altrimenti le parole, le leggi, i numeri delle statistiche, anche le immagini e i video risultano sempre più contenitori vuoti o riempiti da emozioni che provengono, appunto, dalla pancia.

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